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Lettera dal Camerun. La missione, l’ospedale e un’Africa martoriata dalla guerra

Che cosa c’è di nuovo in Camerun? Non molto, verrebbe da dire, considerando il livello di vita della popolazione caratterizzato da notevoli sbilanciamenti sociali. Certo, il cellulare è diventato uno strumento di comunicazione ubiquitario nella fitta foresta pluviale come nelle savane, in mano a pastori, a donne che coltivano remoti campicelli nella boscaglia, a bottegai mussulmani e agli adolescenti. Se però hai un incidente non c’è nessun 118 da chiamare per un raggio di 500 chilometri e anche di più, ma se ti può consolare i computer funzionano nei maggiori centri abitati con la chiavetta.

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Ottocentocinquanta chilometri di strada asfaltata ci portano in tredici ore di polvere sopportabile fino al cancello della missione. Tutto questo non sembra però stimolare la voglia di fognature, depuratori, acquedotti, scuola e sanità pubbliche.

Il nostro ospedale prossimo all’apertura così ordinato, razionale direi bello ha l’aspetto di una cattedrale nel deserto. Saranno queste iniziative a fare da traino a ulteriori miglioramenti? Noi tutti lo speriamo. Qualcosa di nuovo però c’è, me ne accorgo lungo il viaggio, dopo Bertuà, una città capoluogo, un campo profughi con le insegne delle Nazioni Unite che l’anno scorso non c’era. Più avanti, da Garuaà Balai la strada costeggia quasi il confine del Centro Africa. Ci sono molti posti di blocco dell’esercito. Facciamo carburante a un distributore di benzina da dove ci invitano a ripartire velocemente, i ribelli Selekà e gli anti Balakà si sparano fra di loro e sparano sui profughi che  si cercano di riparare in Camerun a poco più di un chilometro.

Al nord il Ciad, momentaneamente meno lacerato dall’endemica conflittualità interna, è la frontiera più calma; a nord ovest la Nigeria, minata dal fenomeno sanguinosa del Boko Aran, rende inagibile per noi occidentali una striscia di 40 chilometri di profondità in territorio camerunese lungo tutta la sua frontiera. Per il momento non sono evidenti segni di contagio, ma la fragilità della struttura politica della maggioranza dei paesi africani può riservare brutte ed impreviste sorprese, come ad esempio il Malì, che le ambizioni e lo sfruttamento neocoloniali, americano, francese e cinese non possono che aggravare.

Da N’Gaoundal-Adamouà-Cameroun

Maurizio Morelli

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